Professore di settologia o serial killer? Parte 2. La genesi del movente

Presentiamo la seconda parte dell’articolo » Professore di settologia o serial killer? » .

 

Appello editoriale a testimoni e fonti.
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Ricostruire la genesi del movente di un serial killer. Il movente gioca un ruolo di fondamentale importanza nella risoluzione dei crimini, soprattutto nella profilazione dei serial killer. Il movente di un crimine è una pulsione interna stabile che riflette un obiettivo conscio o inconscio per il quale il criminale commette un atto illecito. Analizzare il movente permette di rispondere alla domanda chiave dell’analisi comportamentale: «Per quale scopo è stato commesso il crimine?» (ad esempio, per stabilire il dominio sulla vittima, per ottenere un senso di onnipotenza, per soddisfare una fantasia o per compensare un trauma subito). A differenza degli omicidi singoli (impulsivi), gli omicidi seriali sono sempre guidati da profondi bisogni psicologici del criminale, come la ricerca del potere, del controllo, dell’eccitazione sessuale, della vendetta o la risoluzione di un conflitto affettivo interno. Questi bisogni sono rafforzati da schemi cognitivi disadattivi formatisi sotto l’influenza di esperienze traumatiche precoci. Il movente di un serial killer costituisce la base per comprendere perché il criminale commetterà crimini ripetutamente.

 

La ricostruzione della genesi del movente negli omicidi seriali è un’analisi psicobiografica che include lo studio degli aspetti comportamentali del colpevole e mira a identificare:

  • eventi traumatici precoci,
  • distorsioni cognitive formate,
  • l’evoluzione delle fantasie patologiche,
  • e indicatori comportamentali che precedono il primo atto di violenza.

Questo approccio permette di comprendere perché il criminale non si limita a uccidere, ma ripete l’omicidio. Pertanto, comprendere il movente è di fondamentale importanza non solo per risolvere un crimine specifico, ma anche per prevedere il rischio di recidiva. Il movente riflette determinanti stabili della personalità che influenzano il comportamento. Rivela le cause profonde della condotta criminale, associate a bisogni insoddisfatti, atteggiamenti negativi e una percezione distorta della realtà.

 

Come sottolineano John Douglas e Mark Olshaker, nello sviluppo di metodi per analizzare il profilo di personalità degli assassini, è necessario comprendere il loro modello di pensiero. Le caratteristiche della vittima, le prove fisiche e altri dettagli possono rivelare molto sulla pianificazione, la preparazione dell’assassino al crimine e le sue azioni successive.

 

“Da queste osservazioni, gli agenti iniziano a scoprire le motivazioni dell’assassino, riconoscendo quanto queste dipendano dagli schemi di pensiero dominanti dell’omicida. In molti casi, emerge un movente sessuale nascosto, un movente che ha origine nella fantasia.” (John Douglas, Mark Olshaker, “Journey Into Darkness”).

 

La motivazione di un criminale seriale deriva da una serie di processi cognitivo-affettivi che si sviluppano sulla base di un cronico senso di rifiuto sociale. Essa influenza una ricerca ossessiva di attenzione, rinforzo positivo e gratificazione, poiché l’individuo percepisce l’ambiente sociale come ostile o indifferente. Tale motivazione plasma il desiderio di possedere e controllare l’ambiente sociale che l’individuo percepisce come «malvagio», al fine di bilanciare tutte le sue frustrazioni attraverso un singolo atto distruttivo.

 

Psicopatologia della “Ribellione contro Dio”. Il complesso della “somiglianza a Dio”.

 

Tra le molteplici categorie motivazionali – potere, vendetta, eccitazione sessuale e guadagno economico – spicca un gruppo distinto di criminali seriali, il cui comportamento distruttivo scaturisce da un’aggressione a sfondo religioso o antireligioso, spesso accompagnata da dinamiche narcisistiche e da un’illusione di onnipotenza personale, alimentata da un rifiuto metafisico dell’ordine costituito. Nella pratica criminologica, questo fenomeno viene classificato come la forma più elevata di aggressione esistenziale, in cui l’atto di togliere la vita a qualcuno diventa una forma di «giudizio» contro l’esistenza. In questo paradigma, l’omicidio per il criminale rappresenta l’ultima parola nella sua disputa con il Creatore (o la natura).

 

È importante sottolineare che l’aggressione antireligiosa di questi assassini non costituisce ateismo in senso filosofico. Rappresenta piuttosto una reazione patologica a un’esperienza religiosa traumatica. Questi criminali non rifiutano Dio; competono con Lui. La loro violenza è un disperato tentativo di usurpare l’autorità divina e di cancellare lo «specchio morale» che riflette i loro pensieri e le loro azioni negative.

 

In ambito criminologico, la “ribellione contro Dio” non è tanto un atto religioso quanto un orientamento patopsicologico della personalità volto a sovvertire leggi morali e ontologiche superiori. Tali individui non si limitano a negare le norme religiose, ma intraprendono una lotta metafisica con il simbolo di un ordine superiore, percependo Dio come un’autorità concorrente che limita la loro volontà assoluta e l’ordine costituito come un sistema ostile da distruggere.

 

La letteratura specializzata descrive questa posizione come il «complesso di Dio» (una sindrome di onnipotenza), il narcisismo patologico (il desiderio di essere al centro di tutto) e la «ribellione contro Dio». Si tratta di una forma di confronto esistenziale in cui, spinto dall’orgoglio, dal desiderio di autoaffermazione e dalla riluttanza ad ammettere la propria imperfezione, l’aggressore cerca non solo di distruggere la vittima, ma anche di dimostrare la propria onnipotenza, di parodiare l’atto divino di creazione e distruzione e di affermare una totale permissività.

 

Egli matura la convinzione dell’esclusività del proprio «io», ponendo i propri desideri «al di sopra della volontà di Dio» e rifiutando di accettare l’esistenza di un potere superiore a sé stesso. Questo schema si riscontra frequentemente nei criminali seriali affetti da disturbo narcisistico di personalità. Aspetto psicopatologico: la «ribellione contro Dio» si manifesta come la spinta del soggetto ad «autodeificarsi» attraverso la presunta affermazione del diritto di disporre della vita altrui, di agire come un presunto «arbitro supremo» di vita e di morte. Per tali personalità patologiche, l’omicidio diventa un atto di affermazione di una forma di «potere assoluto che si sostituisce al divino».

 

Praticamente tutti gli autori di omicidi a sfondo sessuale mostrano tratti di personalità narcisistici e psicopatici. Il narcisismo patologico… si manifesta solitamente nel senso di diritto, nella grandiosità e nel distacco emotivo dell’autore… Propongo che la strutturazione di tale fantasia sessuale, a sua volta, fornisca all’autore di omicidio a sfondo sessuale certi rinforzi positivi… (c) stimola la grandiosità, poiché tutte le fantasie sono perfette… (d) stimola l’onnipotenza, poiché è probabile che venga immaginata la fantasia di un controllo onnipotente sulla vittima. ” Reid Meloy (2000), “The Nature and Dynamics of Sexual Homicide”, Aggression and Violent Behavior, Vol. 5, No. 1, pp. 1–22.

 

Il concetto di ribellione contro Dio è stato teoricamente formulato per la prima volta nella tradizione psicoanalitica (Fromm, anni ’50). In criminologia, ha trovato sviluppo empirico nelle opere di Reid Meloy e Roy Hazelwood. Nei serial killer, questo complesso emerge spesso sullo sfondo di un trauma religioso precoce. Di norma, questi criminali hanno subito ipermoralizzazione, abusi religiosi o umiliazioni pubbliche durante l’infanzia o l’adolescenza, perpetrati sotto la maschera di un’educazione morale e spirituale. Di conseguenza, si crea una scissione nella coscienza attorno all’oggetto religioso. Da una parte si erge l’immagine di un Dio misericordioso. In opposizione a questo, l’immagine di un Dio punitivo e ostile che esige sacrifici. Di conseguenza, il criminale non si limita a rifiutare Dio. Si immerge in una fantasia patologica in cui vede solo se stesso come vero arbitro della giustizia, mentre il «Dio esterno» diventa per lui simbolo di ipocrisia e repressione.

 

“Si può dire che gli assassini potenti abbiano una sorta di complesso di Dio. Cercano di controllare la vita e la morte.”

 

Vittime

 

Un assassino con questo profilo non si considera un “servo di Dio” (come un visionario) o un “purificatore del mondo” (come un missionario). Crede segretamente di essere in competizione con Dio. Nella sua fantasia patologica, persino l’omicidio di un bambino diventa un modo per dimostrare, presumibilmente, che Dio è impotente a proteggere gli innocenti. Da ciò, conclude che l’unico vero potere appartiene a lui. Le vittime sono percepite da questo tipo di serial killer non come esseri umani, ma come “oggetti di correzione”, e la violenza contro di loro diventa un “rituale di purificazione”. Identificandosi con il “vero” Dio, il criminale crede di distruggere coloro che considera “peccatori” (spesso una vittima associata alla purezza morale), “impuri” o “apostati”, riproducendo rituali di purificazione o punizione. In questo modo, il criminale parodia il giudizio divino nella sua immaginazione patologica, decidendo chi merita di vivere e chi no. Tali assassini spesso non provano alcun senso di colpa:

 

La formazione della predisposizione a commettere atti illeciti in tali criminali si sviluppa parallelamente allo sviluppo di vettori patologici nella coscienza, i principali dei quali sono:

 

— Il narcisismo patologico , che si manifesta con la convinzione dell’esclusività del proprio «io», mentre qualsiasi limitazione esterna (legge, morale, provvidenza divina) viene percepita come un’insopportabile ferita narcisistica.

 

— Motivazione antiteistica. La negazione di un potere superiore, o la lotta attiva contro di esso, funge da giustificazione ideologica per la loro violenza.

 

Il meccanismo attraverso il quale la fantasia si trasforma in azione si sviluppa come segue. L’alienazione cronica sfocia nella disumanizzazione degli altri. L’accumulo di odio metafisico si evolve nella formazione di una latente struttura omicida. Un fattore scatenante esistenziale culmina in un atto di omicidio come modo per «guarire» temporaneamente una ferita narcisistica attraverso la fantasia patologica di dominio «divino» sulla vittima.

 

L’omicidio latente come forma di omicidio occultato

 

L’“omicidio latente” è l’eliminazione sistematica e occulta di “rappresentanti della legge morale”, che fungono da sostituti di Dio o da “coscienza della società”. Il termine “omicidio latente” è usato in psicologia forense per descrivere forme di eliminazione non violente ma letalmente pericolose, mascherate da incidenti, suicidi o morte naturale. Nel contesto della ribellione contro Dio, le vittime dell’omicidio latente spesso includono:

 

  • vittime “ideali” (bambini, vergini, attivisti, persone virtuose);
  • autorità morali (insegnanti, genitori, psicoterapeuti);
  • clero.

Questi individui fungono da «specchi morali». Riflettono la coscienza che il colpevole ha rinnegato. La loro eliminazione neutralizza temporaneamente la dissonanza cognitiva del colpevole e conferma l’illusione di controllo sull’ordine morale.

 

Se il primo atto di violenza (il primo omicidio) resta impunito, ciò serve, per l’immaginazione patologica dell’assassino, come conferma dell’illusione di una «elezione divina». Abbassa la soglia degli inibitori e attiva un meccanismo di eliminazione ripetuta degli «specchi morali». L’impunità diventa una forma di «approvazione sacra» per il colpevole, rafforzando la convinzione: «Dio tace, quindi io ho ragione».

 

La psicopatologia della “ribellione contro Dio” è un narcisismo psicotico in cui la violenza sostituisce la teologia. L’omicidio latente in questo contesto funziona come una forma celata di blasfemia, volta a eliminare coloro che incarnano una legge morale esterna. Questo comportamento richiede particolare attenzione nella profilazione, poiché spesso si maschera da decessi non correlati e si intensifica durante le festività o le ricorrenze religiose.

 

Pertanto, la genesi del movente in questa categoria di serial killer risiede in un conflitto esistenziale-narcisistico, in cui la violenza diventa un mezzo per affermare le loro fantasie patologiche di «divinità personale» e negare una legge morale esterna. Questo movente è persistente, profondamente strutturato e praticamente impermeabile alla persuasione razionale, il che rende tali criminali particolarmente pericolosi e resistenti alla riabilitazione.

 

La chiave per comprendere la genesi del movente risiede nei primi conflitti cognitivo-affettivi formatisi nell’infanzia, in stabili rappresentazioni simboliche interne che possono successivamente essere attivate nel comportamento criminale. Esperienze, immagini e conflitti formatisi nella prima infanzia si conservano nella memoria a lungo termine. Influenzano la motivazione, il comportamento e l’identità personale in età adulta e diventano convinzioni fondamentali. Si tratta di schemi cognitivi profondi su se stessi, sugli altri e sul mondo, che si formano durante l’infanzia. Operano automaticamente e spesso inconsciamente.

 

Pertanto, un’analisi dettagliata della biografia del criminale rivela i fattori chiave che ne hanno plasmato la motivazione.

 

Ricostruzione della psicobiografia di Alexander Dvorkin

 

Basandoci sulla metodologia dell’analisi comportamentale, condurremo una ricostruzione della psicobiografia di Alexander Dvorkin al fine di identificare:

 

— segni di un conflitto esistenziale-narcisistico che si manifesta nello scontro tra una visione del mondo atea e immagini religiose cariche di emotività interiorizzate durante l’infanzia;

 

— le caratteristiche specifiche della sua struttura fantastica, tra cui la presenza di scenari patologici orientati all’umiliazione, alla disumanizzazione e all’eliminazione simbolica di uno “specchio morale”;

 

— modelli comportamentali persistenti che costituiscono la tipica firma del criminale, ovvero azioni che soddisfano bisogni psicologici profondi;

 

— la presenza di strutture motivazionali caratteristiche delle tipologie consolidate di serial killer, in particolare la spinta al potere, al controllo, alla vendetta o alla violenza a sfondo sessuale.

 

Un’analisi di questo tipo permetterà di valutare se la traiettoria di vita di Alexander Dvorkin corrisponda a una dinamica tipica dei criminali seriali, con motivazioni radicate in una «ribellione narcisistica contro Dio» e una propensione a forme latenti di eliminazione violenta.

 

Episodi dell’infanzia di Dvorkin

 

Nel libro «La mia America», Alexander Dvorkin descrive diversi episodi della sua infanzia che riflettono contraddizioni nella sua comprensione del tema di Dio e difficoltà cognitive nell’assimilare concetti religiosi. In uno di questi episodi, il piccolo Sasha (Alexander) Dvorkin pone alla madre una domanda: «Chi è Dio?». Basandosi sulla sua risposta, il bambino forma un modello dicotomico semplificato: in passato, le persone erano sciocche e credevano che Dio avesse creato ogni cosa, ma ora sono diventate più intelligenti e sanno che, in realtà, tutto è stato «creato dal Partito Comunista». Questo schema cognitivo si radica come convinzione: i credenti sono associati all’ingenuità intellettuale, e i non credenti alla maturità razionale («gli stolti sono coloro che credono in Dio, i saggi sono coloro che non credono in Lui»). A livello di atteggiamenti subconsci, si delinea una gerarchia in cui «l’intelletto domina su Dio (la fede religiosa)».

Alexander Dvorkin. “La mia America”, p. 80

“Quando ero piccolo, mia madre mi ha ricordato un episodio della mia prima infanzia. Avevo circa quattro anni. Quando tornai a casa dall’asilo, chiesi: «Mamma, chi è Dio?»

 

«Vedi, figlio mio», iniziò mia madre, che all’epoca non ci credeva, «nell’antichità la scienza era ancora poco sviluppata. Le persone non erano istruite come lo sono ora. Non sapevano da dove provenisse ogni cosa: foreste, campi, alberi, montagne, il cielo, la Terra, il Sole e le stelle. Perciò pensavano che Dio avesse creato tutto».

 

«Una volta la gente era stupida», la interruppi. «Credeva che Dio avesse creato ogni cosa. Ora sono più intelligenti e sanno che, in realtà, ogni cosa – foreste, campi, alberi, montagne, il cielo, la Terra, il Sole e le stelle – è stata creata dal Partito Comunista!»

 

Il secondo episodio, risalente ai suoi primi anni di scuola, si riferisce a una narrazione atea tipica della pratica pedagogica sovietica. Un’anziana insegnante, spiegando la festa ortodossa della Protezione della Madre di Dio, disse: «Il significato di questa festività è che in questo giorno la prima neve dovrebbe coprire e proteggere la terra. In realtà, come potete vedere, tutto ciò è una sciocchezza». Indicò il bel tempo fuori dalla finestra: «Tutto ciò confuta le sciocche superstizioni dei nostri antenati e significa che Dio non esiste affatto». Tuttavia, durante la lezione, il tempo peggiorò e iniziò a nevicare fittamente.

 

L’evento ebbe un profondo impatto emotivo sul piccolo Alexander Dvorkin, accompagnato da un senso di stupore e dissonanza cognitiva. In un contesto psicobiografico, questo episodio si configura come un momento di fissazione di un’immagine simbolica: la neve come «segno» empirico della presenza divina, in opposizione alla negazione razionalista. Questa immagine può essere ragionevolmente vista come un primo segnale di una narrazione in formazione in cui Dio viene percepito come una forza capace di «confutare» in modo dimostrativo la «superiorità umana» e la fiducia umana, inclusa quella intellettuale, provocando così una resistenza interiore che potrebbe in seguito trasformarsi in una ribellione narcisistica.

Alexander Dvorkin. “La mia America”, p. 81

Il terzo episodio si riferisce al ricordo di Dvorkin di una paura nata durante una visita in chiesa da bambino, che lo portò a sviluppare una forte reazione emotiva verso gli spazi religiosi. Ancora bambino, entrò in una chiesa ortodossa affollata. Dvorkin scrive:

 

«Improvvisamente, un pensiero angosciante mi assalì, e cominciò a crescere, riguardo ai settari che rapiscono i bambini, come ci avevano insegnato a scuola. E io mi trovavo nel cuore della chiesa, separato dall’ingresso da una folla fitta. Ora mi avrebbero rapito, mi avrebbero portato attraverso quei cancelli decorati e nessuno avrebbe mai più ritrovato Alex Dvorkin!».

 

Quando questo pensiero assunse contorni precisi nella mia povera testa, il panico mi assalì completamente e, spingendo via le persone, mi precipitai verso l’uscita. Senza voltarmi indietro, corsi fuori dalla chiesa nella luce accecante del sole, e per un certo tempo dopo ebbi paura di entrare in chiesa da solo .

 

L’immagine fissa è quella di una chiesa (come trappola), del rapimento di bambini da parte di settari (membri di una setta) e dello spazio religioso come zona di potenziale rapimento e scomparsa irreversibile. Nell’ambito delle teorie sulla motivazione criminale⁶ , tali schemi emotivi infantili – soprattutto quelli associati alla paura, alla vergogna o a un senso di impotenza – possono essere ritrasmessi in età adulta sotto forma di specifiche reazioni scatenanti a simboli di vulnerabilità (ad esempio, menzioni di Dio, della chiesa e così via). In altre parole, un adulto che ha vissuto questa esperienza può percepire inconsciamente i riferimenti a Dio, alla chiesa e ai simboli correlati come una minaccia al proprio controllo e rispondere con aggressività, distacco o derisione al fine di sopprimere un senso interiore di vulnerabilità.

Alexander Dvorkin. “La mia America”, p. 81

È interessante notare che la paura dei rapimenti di Dvorkin era sistemica ed esisteva al di là di un contesto religioso. Nel libro «La mia America», ricorda il cortile dove trascorse l’infanzia: » Tutti i bambini giocavano nel cortile, e la nonna di qualcuno, che usciva a sedersi su una panchina, li teneva d’occhio. Qualsiasi estraneo entrasse nel cortile veniva subito notato, così i genitori potevano tranquillamente lasciare che i bambini giocassero da soli: nulla li minacciava. Solo una cosa era severamente proibita: lasciare il cortile incustodito e andare in strada. «

 

Compagno di classe Yasha

 

Una fonte letteraria intitolata “Kalalatsy” (un racconto sotto il titolo “Il sistema. Memorie di Kostya Lopukhov”) 7 , che rappresenta una ricostruzione dei ricordi orali del giovane Alexander Dvorkin (indicato nel testo come “Kostya Lopukhov”), menziona che fin dalla prima elementare aveva un compagno di classe, un ragazzo di nome Yasha. Poiché la figura del compagno di classe è identificata esclusivamente con questo nome (Yasha) in questa fonte, per coerenza e identificazione nell’analisi che segue, ci riferiremo a lui convenzionalmente come Yasha. Di seguito sono riportati alcuni estratti rilevanti dal libro “Kalalatsy” che descrivono episodi legati a Yasha. Questi frammenti sono considerati parte del materiale psicobiografico necessario per ricostruire i primi modelli interpersonali e la formazione degli schemi cognitivo-affettivi del soggetto in esame.

 

«Per me era facile quando stavo con Yasha, probabilmente perché arrossiva, balbettava e si sentiva in colpa ancora più di me. Tossiva e si ammalava spesso – studiavamo insieme dalla prima elementare – e sua nonna, con cui viveva, lo portava alla chiesa di Yelokhovskaya.»

 

Secondo i dati riportati nella fonte, Yasha fece una profonda impressione sul suo amico durante una conversazione incentrata su idee religiose, in particolare sull’immagine di Dio:

 

«Dio vive tra le montagne e da lì manda fulmini e tuoni. Non puoi vederlo, ma può stendere la mano e raggiungere chiunque voglia», mi disse Yasha durante la lezione di botanica, mentre disegnavamo petali e pistilli di papavero sui nostri quaderni, e l’insegnante vicino alla finestra, in un alveare dorato di luce, perso nei suoi pensieri, si strofinava il ponte del naso con le dita sporche di gesso. Il fiore di Yasha venne grande e bellissimo, con una fila decisa di petali e un calice vivace e succoso; il mio era rachitico e storto.

 

«Può farlo anche qui in classe?» chiesi, spaventato, e lo vidi: un’enorme mano dorata fatta di luce solare scese dalla finestra e, abbracciando l’insegnante, lo sollevò delicatamente in aria, mentre lui, ignaro di tutto, continuava a massaggiarsi il ponte del naso.

 

«Questo è un mistero. Una volta era già venuto, ma lo presero e lo gettarono in una fossa».

 

Immagini simboliche: “Dio” come mano invisibile; “l’abisso” come punizione

 

Secondo il frammento citato, è evidente che una conversazione con il suo compagno di classe Yasha durante una lezione di botanica divenne un episodio memorabile nella prima biografia di Alexander Dvorkin. Durante la conversazione, Yasha presentò Dio come una forza invisibile ma attiva – una “mano discendente” – ma subito dopo aggiunse che “lo afferrarono e lo gettarono in una fossa”. Questo racconto contiene immagini simboliche ambivalenti: “Dio come forza punitiva ma inaccessibile”, e allo stesso tempo come “oggetto sconfitto e punito”.

 

Una simile scissione nella rappresentazione religiosa, intensificata dal contesto di un ambiente scolastico ateo, potrebbe essere diventata fonte di profonda dissonanza cognitiva. Nelle tradizioni psicoanalitiche e junghiane, tali immagini (la mano di Dio, la fossa, la neve come «segno») sono considerate simboli archetipici o personali che veicolano un peso emotivo e morale. Di conseguenza, possono fungere da inneschi di dissonanza cognitiva morale. Queste e altre immagini simili potrebbero benissimo essere diventate il fondamento di un conflitto esistenziale per Alexander Dvorkin, in cui la fede si associava a minaccia, vulnerabilità e, nella sua interpretazione, a una punizione inevitabile, sia per il potere superiore che per il credente.

 

Nei suoi libri autobiografici scritti in età adulta, Alexander Dvorkin racconta la sua giovinezza, menzionando il suo atteggiamento negativo nei confronti di Dio. Non credeva in Dio e condannava negativamente tutto ciò che era connesso a questa sfera, dimostrando costantemente un atteggiamento estremamente negativo verso il discorso religioso.

 

Se durante l’infanzia il suo ateismo si fondava sull’autorità degli adulti (in particolare, della madre e degli insegnanti), nell’adolescenza e nella prima età adulta si trasformò in una posizione aggressiva di negazione. Dvorkin iniziò a litigare persino con le persone a lui vicine – rimproverando la madre, la nonna e il nonno – in risposta alle loro critiche sulle sue «azioni vili e disgustose». Alexander Dvorkin diceva loro: «Qual è il problema? Dio non esiste, quindi tutto è permesso» (Alexander Dvorkin, «La mia America», p. 83). Questa formulazione, come altre testimonianze presenti nell’autobiografia di Dvorkin, riflette una ristrutturazione narcisistica del sistema morale, in cui l’assenza di «supervisione divina» legittima qualsiasi azione, inclusa l’aggressione e la rimozione degli «ostacoli», soprattutto quelli che incarnano un’alternativa morale.

 

Nona elementare. Morte di un compagno di classe.

 

Uno degli episodi chiave nella formazione di questo sistema fu un evento accaduto in terza media: la morte di Yasha, un compagno di classe con cui Alexander Dvorkin era amico fin dalle elementari. Dal libro «Kalalatsy»: «Quando avevamo tempo, vagavamo per la città. Camminavamo da via Herzen, lungo il viale, ci sedevamo in un piccolo cortile accanto al monumento curvo di Gogol, attraversavamo la porta Nikitskie, oltrepassavamo la ‘pleshka’ (Nota del traduttore: termine gergale per ‘piazza’) e ci dirigevamo verso via Trubnaya. A volte Alena veniva con noi e ridevamo fino a farci venire i crampi. Alla fine della terza media, in primavera, tirarono fuori Yasha dagli stagni di Sokolniki e lo seppellirono da qualche parte a Peredelkino . Alena pianse per tre giorni. Io continuavo a progettare di andarci.»

Arkady Rovner. “Kalalatsy”, pp. 33-34

Le informazioni sull’annegamento dell’amico di Dvorkin compaiono in due fonti separate nel tempo: nel libro di Arkady Rovner «Kalalatsy» (1980), pubblicato quando Dvorkin aveva 25 anni, e nel libro autobiografico di Alexander Dvorkin «My America» ​​(2013), pubblicato quando Dvorkin aveva 58 anni.

 

1). Nella prima fonte (“Kalalatsy”), l’evento è presentato come segue: “Alla fine della nona classe, in primavera, tirarono fuori Yasha dagli stagni di Sokolniki e lo seppellirono da qualche parte a Peredelkino. Alena pianse per tre giorni. Io continuavo a pensare di andarci.”

 

2). Nella seconda fonte, assume la forma di un ricordo di una reazione traumatica nell’ambiente sociale: «E di recente, l’amica di mia madre ha perso suo figlio: il ragazzo è annegato. Da allora, mi hanno tenuto lontano da lei per non ricordarle suo figlio e aggravare il suo dolore. Come temevo il momento in cui la sua figura alta e pesante appariva in fondo al corridoio del posto di lavoro di mia madre, quando dovevo girare nella stanza più vicina e nascondermi dietro l’armadio!»

 

Un’analisi comparativa indica chiaramente che si tratta dello stesso evento: la morte improvvisa di Yasha (annegamento) in terza media, un compagno di classe di Alexander, con il quale aveva mantenuto un rapporto di lunga data fin dalla prima elementare. La coincidenza di alcuni dettagli conferma questa ipotesi. Tra questi, una struttura narrativa ricorrente e caratteristiche stilistiche della narrazione, nonché ulteriori dettagli, come la menzione che Dvorkin era solito trascorrere le serate all’Istituto di Lingua Russa, dove sua madre lavorava fino a tardi (Alexander Dvorkin, «Insegnanti e lezioni», p. 10)

 

Entrambi gli episodi, separati nel tempo, condividono lo stesso approccio narrativo: prima compare il tema di Dio, poi l’improvvisa morte dell’amico di Dvorkin. Un dettaglio importante è che la morte di Yasha viene presentata con un distacco deliberato, quasi come un elemento di sfondo. La minimizzazione della tragedia e l’enfasi sui dettagli quotidiani, pur menzionando la morte, creano un effetto di distacco affettivo. Nell’ambito dell’analisi psicobiografica, tale schema narrativo può essere interpretato come un meccanismo di difesa volto a sopprimere il trauma, nonché come un indicatore di una ridotta capacità di empatia. Nella psicologia criminale, schemi simili di dissociazione e disintegrazione morale compaiono spesso nei profili dei criminali seriali del tipo «potere/controllo».

 

Nell’episodio tratto dal libro autobiografico di Alexander Dvorkin «La mia America», si può osservare un tentativo di razionalizzare e mascherare il senso di colpa. È evidente che Dvorkin non si è limitato a subire l’accaduto, ma ne è stato direttamente coinvolto. Nelle sue riflessioni sulla giovinezza, Dvorkin sottolinea temi come la menzogna, la paura della morte, il confronto con Dio e la paura angosciante di essere punito dalle forze dell’ordine. Successivamente, pur accennando al tema di Dio, passa a ricordare la morte improvvisa del suo amico Yasha, annegato.

 

Dal libro di Alexander Dvorkin «La mia America»: «L’idea di liberarmi gradualmente dalle menzogne ​​esteriori cominciò a prendere forma nella mia mente. Lo stile di vita hippie mi sembrava un modo per vivere una vita onesta e sincera. Tuttavia, non prestavo attenzione alla falsità del mio essere interiore, alla profonda immoralità delle mie azioni, e non pensavo nemmeno di prestarci attenzione. Non guardavo dentro di me. Tutto ciò che era ostile si concentrava all’esterno, e il mio scontro trovava espressione quasi esclusivamente in forme esteriori.»

 

A quel tempo, ero un ateo spontaneo. Una vita libera e la ricerca dei piaceri avevano quasi completamente messo a tacere in me la spinta inconscia verso Dio che avevo sentito durante l’infanzia” (Alexander Dvorkin, “My America”, p. 79).

 

«Racconterò qui alcuni episodi della mia infanzia… Quanto è difficile per un bambino non credere in Dio! Quanto è doloroso per l’anima di un bambino non conoscere l’esperienza della preghiera e non avere alcuna dimensione verticale nella vita! Ricordo come, di notte nel mio letto, sognavo come sarebbe stato se Dio esistesse, come avrei conversato con Lui, Gli avrei raccontato i miei affari, Gli avrei chiesto aiuto per una ragazza con le stampelle o per un cieco che vedevo per strada, e sentivo come una profonda pietà mi stringeva il cuore. E di recente, un’amica di mia madre ha perso suo figlio: il ragazzo è annegato. Da allora, mi hanno tenuto lontano da lei per non ricordarle suo figlio e per non aggravare il suo dolore. Quanto temevo il momento in cui la sua figura alta e pesante appariva in fondo al corridoio del posto di lavoro di mia madre, quando dovevo girarmi nella stanza più vicina e nascondermi dietro l’armadio! Chiedevo sempre a Dio di riportarle indietro suo figlio, così che potessero vivere di nuovo insieme. E quanto è spaventosa la morte!

 

È impossibile accettare questo orrore: esisti, vivi, pensi, ti muovi, ami, provi emozioni, e poi – all’improvviso – non ci sei più. Scomparso del tutto. E tutto è stato futile e superfluo. Se solo Dio esistesse, allora dopo la morte si potrebbe incontrare tutti coloro che hanno vissuto prima, comunicare con loro, gioire, ringraziare Dio…

 

Ma Dio non esiste, e niente di tutto ciò accadrà. Non ci sarà vita, né gioia, niente. Assolutamente niente. C’è solo un cielo completamente vuoto sopra di noi . Questo è provato. Dopotutto, gli astronauti non hanno visto Dio.» (Alexander Dvorkin, «La mia America», pp. 79, 80).

Alexander Dvorkin. “La mia America”, p. 79

Alexander Dvorkin. “La mia America”, p. 80

Qual era dunque la vera causa della paura e dello strano comportamento di Alexander Dvorkin? Cosa sospettava la madre di Yasha e perché la sua presenza nei corridoi dell’istituto provocava in Dvorkin una tale paura da costringerlo a evitarla a tutti i costi e a nascondersi ogni volta che si trovava sul posto di lavoro della madre? L’evitamento dettato dal panico della madre di un amico, in netto contrasto con la sua dichiarata «profonda compassione» per chi soffre, rivela una profonda dissociazione tra il «sé» narrativo (gentile, compassionevole) e il «sé» comportamentale (evitante, tormentato dal senso di colpa). Nella letteratura criminologica, tale schema è tipico delle personalità omicide latenti, la cui attività criminale è accompagnata da un sistema sviluppato di meccanismi di difesa psicologica volti a preservare un’immagine positiva di sé, sopprimendo al contempo il senso di colpa attraverso la dissociazione e la proiezione.

 

In questo episodio, l’evitamento dettato dal panico di Dvorkin nei confronti della madre dell’amico funge da specifico indicatore comportamentale tipico di una persona che cela il proprio coinvolgimento nella morte di una vittima. In genere, una reazione naturale alla morte di un caro amico include dolore (emozioni intense, la sofferenza della perdita), compassione, condoglianze e il desiderio di aiutare o sostenere la famiglia. Con Dvorkin, al contrario, osserviamo un evitamento fobico della madre dell’amico: si nasconde dietro un armadio, teme la sua «figura alta e imponente» e si è deliberatamente «nascosto» da lei, il che implica che altri (forse sua madre) fossero a conoscenza del suo coinvolgimento nella morte dell’amico. Nell’analisi comportamentale, tale evitamento di un testimone chiave (ad esempio, la madre della vittima) è considerato un forte indicatore di un coinvolgimento occulto nella morte.

 

Analisi della narrazione simbolica della “mano ferita”.

 

Nel libro di Arkady Rovner «Kalalatsy», tratto dal racconto orale di Alexander Dvorkin, è presente un terzo episodio legato alla morte di Yasha. Esso rappresenta una ricostruzione simbolica di un’esperienza traumatica, espressa attraverso una conversazione tra gli amici tossicodipendenti Butov e Kostya Lopukhov, in cui Kostya Lopukhov racconta:

 

“Avevo un amico, Yasha. Si è suicidato in terza media. La sua tomba è a Peredelkino. Era un ragazzo così timido, balbettava e si scusava sempre. Non avevo mai visitato la sua tomba prima, ma poi mi ci sono ritrovato. Mi sono fermato accanto alla sua tomba e ho provato, ma non riuscivo a trovare un appoggio. Tremavo di terrore. E c’era quella neve abbagliante, e tutto era così nitido e chiaro. Sulla via del ritorno sono inciampato e mi sono ferito una mano. Il sangue sulla neve mi ha spaventato terribilmente. Ma poi mi sono sentito leggero e libero, come se qualcosa di oscuro, denso e tormentoso mi avesse abbandonato. Tutto ciò che è successo dopo si è avvolto intorno alla mano che tenevo davanti a me come un fagotto. Ho bussato da qualche parte, all’inizio non hanno aperto, ma alla fine mi hanno fatto entrare. Un marito e una moglie dall’aria cupa mi hanno lavato la ferita e l’hanno fasciata con una benda sporca. Si stavano preparando per andare a trovare qualcuno, e invece si sono preoccupati per me. Li ho sentiti litigare dietro il muro su quale una benda da usare – una nuova o una già usata. Le loro voci erano distorte e vuote. Poi mi sono fermato sulla piattaforma, e la mia mano mi faceva male e bruciava silenziosamente, e stavo pensando, o meglio, cercavo di pensare, ed era difficile dare un senso a tutto ciò che era successo: la tomba, la neve, il sangue sulla neve. E all’improvviso qualcuno si avvicina da dietro e chiede a bassa voce: «Allora, com’è andata?»

 

Per la paura, tutto dentro di me crollò. Poi mi resi conto che potevano essere le stesse persone: il marito e la moglie che mi avevano fasciato la mano. Ma in quel momento non riuscii a costringermi a voltarmi.

 

Non so quanto tempo sono rimasta sulla piattaforma. Non sentivo freddo; al contrario, sentivo persino caldo. Mi sono seduta su una panchina e mi è sembrato di assopirmi. Mi sono svegliata con le voci di Yasha e Alena: stavano parlando, ma non riuscivo a capire una parola. Continuavo a guardare, incapace di distogliere lo sguardo dal suo viso. Mio Dio, che viso! Nero con gli occhi infossati, non l’avevo mai visto così prima. Non avevo mai visto un viso simile in nessuno, così pieno di tormento e serietà, senza un briciolo di giocosità. E poi Yasha me l’ha portata, le ha lasciato la mano, si è girato e se n’è andato con la stessa terrificante espressione sul viso. Ho chiesto ad Alena,

 

‘Chi era quello poco fa?’

 

‘Non pensavo che sarebbe stato così spaventoso. Non ci avevo mai pensato. Come farò a vivere adesso? Ditemi, cosa devo fare?’

 

Ho cercato di calmarla come meglio potevo, l’ho baciata, l’ho fatta sedere su una panchina e poi, sentendomi al caldo, mi sono addormentato anch’io. Quando mi sono svegliato, lei non c’era più e non c’era nessun altro: solo io, da solo, su una banchina deserta.

 

A casa, ho provato a scrivere tutto quello che mi era successo per liberarmi di quell’intensità ossessiva. Ma mi sono annoiato e vergognato: le parole non erano sincere. Dietro c’era respiro e vita, mentre dietro il foglio di carta solo impunità e volontà malvagia. E sapete cosa ho capito? Tutto è niente, un soffio d’aria. L’unica cosa seria è ciò che si avvolge attorno al dolore, attorno a una ferita. E attraverso il dolore, attraverso le ferite, si arriva a se stessi, alle proprie profondità più recondite.

 

Yasha diceva spesso: «Dai, Kostya, smettila di correre. È già venuto e ha sofferto. È già stato detto tutto, cos’altro ti serve?». Ma io non voglio, mi senti, Buptov, non voglio sopportare masochisticamente il dolore di qualcun altro. E mi rifiuto di giocare ai giochi degli altri, di correre in tondo come un cane. Mi fermo. Ho finito. Basta.»

Arkady Rovner. "Kalalatsy", p. 897

Arkady Rovner. "Kalalatsy", p. 897

Arkady Rovner. "Kalalatsy", p. 917​

Immagini simboliche: la tomba, la neve, una mano ferita, il sangue sulla neve

 

Il simbolismo della “mano ferita”. La descrizione della ferita alla mano subita dal soggetto nel contesto della visita alla tomba di Yasha è particolarmente significativa. Per Dvorkin, la visita alla tomba non è un atto di lutto, ma rappresenta un rituale di liberazione psicologica (“Ma poi mi sentii leggero e libero, come se qualcosa di oscuro, denso e tormentoso mi avesse abbandonato”), durante il quale la ferita fisica si sostituisce all’impossibilità di espiazione morale.

 

La mano solitamente funge da simbolo di responsabilità. Nelle tradizioni religiose e morali, le «mani» sono spesso associate alla colpa («sangue sulle mani», «mani macchiate di sangue»). La mano può anche fungere da simbolo di un atto criminale (è con le mani che si commette un omicidio, ad esempio, nel caso di annegamento, attraverso la presa, la soppressione e il controllo). Di conseguenza, la lesione alla mano in questo caso può funzionare come una «punizione» psicosomatica per l’atto commesso, una forma di autopunizione, un marcatore psicosomatico di colpa: «Tutto ciò che accadde dopo si avvolse intorno alla mano che tenevo davanti a me come un fagotto». L’immagine della mano corrisponde al fenomeno dell’incorporazione corporea (emozioni e traumi che si manifestano in costrizioni corporee) descritto nella letteratura psicoanalitica.

 

Inoltre, quest’immagine funziona come localizzazione simbolica della colpa, spostando l’attenzione sulla fonte dell’esistenziale: «L’unica cosa seria è ciò che si avvolge attorno al dolore, attorno a una ferita. E attraverso il dolore, attraverso le ferite, si arriva a se stessi, alle proprie profondità più recondite». Questa strategia è tipica del narcisismo patologico con elementi di disintegrazione morale.

 

Fissazione visiva sul volto del morto Yasha : «Continuavo a guardare, incapace di distogliere lo sguardo dal suo volto. Mio Dio, che volto! Nero con gli occhi infossati… così pieno di tormento e serietà…» La fissazione sul volto del morto è un indicatore di sintomi post-traumatici combinati con meccanismi di identificazione proiettiva e deindividuazione della vittima. Il soggetto «vede» nel volto del morto ciò che reprime in sé: tormento, disperazione e accusa.

 

Queste e altre narrazioni contenute in questo testo indicano una ricostruzione proiettiva del conflitto interiore del soggetto, che coinvolge un individuo implicato nella morte di Yasha, forse come partecipante diretto.

 

Stato dissociativo

 

Il libro “Kalalatsy” contiene un quarto episodio relativo alla morte di Yasha, che fa riferimento a uno stato dissociativo vissuto dal soggetto. Questo frammento descrive il classico fenomeno della depersonalizzazione: una forma di dissociazione in cui un individuo si sente alienato dal proprio corpo, dai propri pensieri o dalle proprie azioni, percependo se stesso come un osservatore esterno. Si tratta di un meccanismo di difesa psicologico in cui una persona perde, totalmente o parzialmente, il contatto con la realtà, i propri pensieri, sentimenti, la memoria o il corpo, provando distacco e irrealtà rispetto a ciò che sta accadendo, o come se si osservasse dall’esterno (depersonalizzazione): “Mi sono svegliato per la prima volta in terza media, quando Yasha è morta, e da allora è come se mi guardassi dall’esterno” .⁷ Questa è una reazione a forte stress o trauma che aiuta la psiche ad affrontare emozioni insopportabili.

 

Tali reazioni dissociative sono particolarmente caratteristiche dell’adolescenza, quando la struttura dell’Io non ha ancora sviluppato una stabilità sufficiente per integrare l’esperienza traumatica. La depersonalizzazione cronica, come nel caso citato («da allora è come se mi guardassi dall’esterno»), può indicare una disorganizzazione strutturale della personalità e aumentare il rischio di sviluppare disturbi dissociativi, tra cui il disturbo dissociativo dell’identità (precedentemente noto come «personalità scissa»).

 

«Da piccola pensavo spesso: «Qualunque cosa mi accada, sarà sempre la stessa, e non c’è speranza di svegliarmi». Tutta la mia infanzia è stata un sonno ansioso, fatto di fughe, cadute e incubi, e crescendo non è cambiato nulla. Non ricordo quando sia iniziato questo sonno. Mi sembra di volare via lentamente: una cosa ne sostituisce un’altra. Mi sono svegliata per la prima volta in terza media, quando Yasha è morta, e da allora è come se mi guardassi dall’esterno.»

 

Non ci si può fidare di nulla, né della gioia né del dolore, nemmeno della sofferenza; tutto va e viene, e io guardo senza riuscire a distogliere lo sguardo. E nulla mi interessa davvero. Persino la morte non mi sembra spaventosa. So che quando morirò, accadrà la stessa cosa.

 

A diciassette anni, ho capito: drogarmi era la via d’uscita. Sono sotto ipnosi e nemmeno la morte può svegliarmi. Ma ci sono momenti di risveglio parziale: grazie alla musica, alle conversazioni, alla droga. È come una sveglia al mattino: salti in piedi e scappi.

 

L’obiettivo del sistema è pompare l’ebbrezza. L’ebbrezza è un lavoro ultraterreno. I sistemi formano maestri dell’ebbrezza.»

Screenshot dal sito web del Daily Mail.

Nel contesto della profilazione criminale, la dissociazione persistente è considerata un indicatore comportamentale di omicidio occulto. Permette al soggetto di prendere le distanze psicologicamente dal proprio atto violento, minimizzare il senso di colpa e preservare l’adattamento sociale. Come osserva Robert K. Ressler, veterano della profilazione criminale dell’FBI, a proposito delle esperienze di un assassino dopo un omicidio: » La convinzione di non avere memoria del momento dell’omicidio è comune tra i pluriomicidi, sebbene spesso sia vero il contrario: non riescono a dimenticare il momento dell’omicidio, traggono gratificazione dall’atto e vogliono ripeterlo. Le spiegazioni psichiatriche convenzionali… [affermano] che uno stato dissociativo viene indotto nel momento di massima tensione, [causando] un blackout » .

 

Dettagli: “la barca, la memoria e il remo”.

 

Anche altri dettagli attirano l’attenzione. A prima vista sembrano secondari, ma il loro significato emerge attraverso un’analisi specialistica. Ad esempio, il romanzo di Arkady Rovner “Kalalatsy” (p. 96) contiene una frase che il narratore interpreta come una sorta di “formula” per la buona sorte, menzionata nel contesto di un tossicodipendente che riesce a evitare l’arresto da parte delle forze dell’ordine: “Dio universale, salve, eccomi qui, un po’ sporco di grasso; la barca, il ricordo e il remo sono andati alla deriva, sia lodato il cielo per questo”.7 A prima vista, questa sembra un’affermazione caotica nel flusso della conversazione. Tuttavia, nel contesto di un’analisi psicobiografica di Alexander Dvorkin, i cui ricordi, punti di vista e modelli comportamentali hanno costituito la base di questo libro e vengono proiettati sui suoi personaggi, tali dettagli assumono un significato diagnostico.

Arkady Rovner. “Kalalatsy”, pag. 967​

Dettagli. “Cielo. Acqua. Barca.”

 

Nell’ambito dell’analisi psicobiografica, merita attenzione il contenuto simbolico delle copertine dei libri dell’autore «Insegnanti e lezioni. Ricordi, storie, riflessioni» e «La mia America». Queste copertine presentano fotografie che Alexander Dvorkin ha selezionato per la presentazione pubblica della sua identità. Ciò è particolarmente importante nel caso di opere autobiografiche, dove la scelta di fotografie, copertine e immagini chiave rappresenta un atto di autodefinizione, sia consapevole che inconscia, da parte dell’autore. Le copertine dei due libri autobiografici di Alexander Dvorkin presentano un motivo ricorrente: l’immagine dell’autore in piedi da solo, sullo sfondo di cielo, acqua e una barca.

Libro autobiografico di AL Dvorkin

Libro “My America” di AL Dvorkin

Nella preparazione di pubblicazioni autobiografiche, soprattutto da parte di personaggi noti, la selezione del materiale per il libro, comprese le fotografie personali dell’autore (incluse quelle di copertina), viene in genere effettuata dall’autore stesso e coordinata con l’editore. Gli autori, in particolare quelli che hanno raggiunto la maturità e godono di uno status sociale consolidato, nella scelta di immagini e fotografie personali per la propria autopresentazione pubblica, cercano generalmente di mostrare l’immagine più rappresentativa (orientata allo status) di sé stessi, oppure di scegliere una narrazione visiva che rifletta simbolicamente una fase chiave, un tema centrale o l’esperienza più significativa (traumatica o trasformativa) del loro percorso di vita.

 

Sulla copertina del libro autobiografico di Alexander Dvorkin «Insegnanti e lezioni. Ricordi, storie, riflessioni» (2008), l’attenzione è focalizzata su una fotografia del 1963, quando Alexander Dvorkin aveva 8 anni. L’immagine ritrae un bambino con gli occhiali, una canottiera bianca e slip scuri, in piedi, appoggiato all’acqua accanto a una barca di legno ormeggiata. La mano destra del bambino è sospesa sopra una barchetta giocattolo che galleggia sull’acqua. Lo sfondo della composizione è costituito dalla superficie dell’acqua e dal cielo, privi di dettagli visivi («cielo vuoto»). La stessa immagine è riprodotta sul frontespizio della pubblicazione, dove predominano le immagini della superficie dell’acqua e del «cielo vuoto» .

A pagina 8, immediatamente prima dell’inizio del capitolo «Biografia di Alexander Dvorkin», il libro presenta una fotografia di Sasha Dvorkin, all’età di 8 anni, con un’espressione imbronciata. Nell’immagine, è seduto in una barca vuota, con lo sfondo della superficie dell’acqua e del cielo. La didascalia recita: «1963. Penisola Curlandese. Lo scolaro Sasha Dvorkin in vacanza. «

 

Gli elementi visivi e narrativi chiave di queste fotografie che meritano attenzione sono: il «cielo vuoto», l’acqua, la barca, il gesto della mano destra (sospesa sopra la barchetta giocattolo), l’età del soggetto (8 anni) e il suo stato emotivo (il broncio).

 

Dal punto di vista della psicologia del simbolismo, questo insieme di immagini può contenere informazioni significative sulla struttura della personalità e sui traumi vissuti. L’elemento chiave che merita attenzione è la composizione, in cui la mano del soggetto si libra sopra la barca. Nella tradizione psicoanalitica, la mano, soprattutto in un contesto di dominio su un oggetto, è interpretata come simbolo di potere e può anche simboleggiare il controllo sul destino o sulla vita di un altro soggetto. Questo e altri simboli, elementi visivi e narrativi presenti nella fotografia posta sulla copertina del libro autobiografico, acquistano particolare significato alla luce delle informazioni psicobiografiche su Alexander Dvorkin sopra descritte.

 

  • Il simbolo della “mano tesa”. Un episodio dell’infanzia del soggetto, legato ai racconti narrati in prima elementare dal suo compagno di classe Yasha, che descriveva Dio come una forza invisibile capace di “tendere una mano e raggiungere chiunque” (“Non puoi vederlo, ma Lui può tendere la Sua mano e raggiungere chiunque voglia”). 
  • Il simbolo dell’acqua . Un episodio legato alla morte di Yasha in terza media: «Alla fine della terza media, in primavera, tirarono fuori Yasha dagli stagni di Sokolniki». Questo introduce nella narrazione il simbolo dell’acqua come luogo di morte e perdita.
  • Il simbolo del “cielo vuoto”. Un episodio legato alle riflessioni successive alla morte di Yasha. In risposta alla perdita di Yasha, il soggetto formula la sua esperienza esistenziale attraverso l’immagine di un “cielo vuoto”: “Ma Dio non esiste, e niente di tutto questo accadrà. Non ci sarà vita, né gioia, niente. Assolutamente niente. C’è solo un cielo completamente vuoto sopra di noi.”
  • Il simbolo della «barca». Un episodio che coinvolge la «formula» per la buona fortuna menzionata nel contesto di come si è riusciti a evitare l’arresto da parte delle forze dell’ordine: «Dio universale, salve, eccomi qui, un po’ sporco di grasso; la barca, il ricordo, il remo sono andati alla deriva, sia lodato il cielo per questo». Un altro fatto degno di nota: nel 1970, quando Alexander Dvorkin frequentava la terza media e Yasha morì, il Parco Sokolniki (un parco situato nel distretto di Sokolniki, nella zona est di Mosca) e i suoi laghetti offrivano all’epoca il noleggio di tradizionali barche a remi in legno.

A parte questo, occorre considerare un episodio critico accaduto a Sasha Dvorkin all’età di 8 anni, durante un soggiorno in un campo estivo. Descrisse l’esperienza come «estremamente negativa» e talmente traumatica da spingere un bambino altrimenti obbediente a scappare dal campo. Successivamente, il soggetto della nostra ricerca afferma di aver sviluppato una persistente antipatia verso il collettivismo e tutto ciò che vi è associato, il che indica la precoce formazione di un modello di isolamento sociale e di sfiducia verso le strutture istituzionali.

 

Nel loro insieme, la scelta di queste immagini specifiche e ricorrenti – la solitudine, l’acqua come simbolo associato nella memoria alla morte, una barca come imbarcazione isolata (in un’altra fotografia, dove l'»io» è solo sulla barca), un gesto della mano come manifestazione di potere e controllo sul «destino» di qualcuno (la barca) – va oltre una semplice preferenza estetica. Tale configurazione può essere interpretata come un indicatore narrativo che riflette la struttura profonda della personalità e, possibilmente, un’esperienza traumatica fondamentale connessa a temi come il potere, la colpa, la solitudine esistenziale e la perdita. In psicotraumatologia, tali simboli ricorrenti nelle immagini (incluse le fotografie), scelti inconsciamente dall’autore, possono servire come mezzo per rappresentare inconsciamente un’esperienza traumatica non integrata.

 

Tali schemi, pur non costituendo prova di coinvolgimento in un crimine, corrispondono a temi individuati nelle narrazioni di individui che celano episodi di violenza latenti nel loro passato, come descritto nella ricerca sull’analisi comportamentale e sulla psichiatria forense.

 

Per verificare questa ipotesi è necessaria un’analisi retrospettiva completa, che includa la correlazione di questi indicatori simbolici con altri dati comportamentali, psicologici e fattuali tratti dalla biografia di Alexander Dvorkin.

 

La ricerca criminologica e comportamentale indica che i serial killer spesso mostrano una persistente tendenza a riprodurre il simbolismo, le caratteristiche spaziali o le componenti affettive del loro primo crimine nelle loro fantasie, nella loro produzione creativa o nel loro comportamento. Questa riproduzione può manifestarsi sia a livello di comportamento cosciente sia in forme inconsce (attraverso fantasie, narrazioni verbali, creatività letteraria, nonché schemi comportamentali ricorrenti) come espressione di una rievocazione compulsiva, di controllo e di elaborazione dell’esperienza traumatica associata al primo atto omicida. Secondo i lavori concettuali di importanti specialisti nella profilazione dei serial killer, tra cui Robert Ressler e John Douglas, la scena del primo omicidio diventa spesso il «nucleo» della futura vita fantastica e degli schemi comportamentali del criminale.

 

L’analisi dei dati psicobiografici del soggetto della ricerca (inclusi marcatori verbali e comportamentali, caratteristiche della struttura narrativa delle sue dichiarazioni, selettività dei ricordi, nonché presenza di strategie dissociative o razionalizzanti) consente di individuare indicatori tipici di individui che celano il coinvolgimento nella morte violenta di altre persone. Tali indicatori possono includere una fissazione anomala su determinati temi, l’evitamento di specifici riferimenti temporali o spaziali, l’uso di costruzioni passive nella descrizione di eventi traumatici e la proiezione della responsabilità su circostanze esterne.

 

Tuttavia, tali osservazioni sono preliminari e richiedono una verifica sistematica attraverso un’analisi retrospettiva dei dati disponibili e della totalità dei fatti esistenti, compresa la ricostruzione cronologica del percorso di vita, il confronto incrociato delle testimonianze e il confronto con i profili comportamentali consolidati.

 

Nel contesto di questo articolo, verrà presentata una ricostruzione retrospettiva selettiva della psicobiografia del soggetto della ricerca, compreso il periodo della sua giovinezza. Prima di ciò, tuttavia, è metodologicamente opportuno delineare il concetto di «primo omicidio» sulla base di dati di ricerca internazionali, in particolare il significato di questo punto di svolta per i serial killer e le dinamiche della sua influenza sui successivi cambiamenti comportamentali e narrativi.

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